Dom. Set 1st, 2024

Lit. Sabato – V TQ B

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Dal Vangelo secondo Giovanni

Gv 11,45-56

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Parola del Signore

Il commento al Vangelo a cura di monsignor Piero Romeo, vicario generale della diocesi di Locri Gerace:

La parola che risuona nel Sinedrio potrebbe fare da sfondo a una fiction televisiva dei nostri giorni con una toccante suspense:
«Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione» (Gv 11,47-48). Queste parole tradiscono ed esprimono la disperazione dei notabili del popolo, i quali non riescono più ad arginare il “fenomeno Gesù di Nazaret” perché tocca il cuore della gente e destabilizza le abitudini e le pretese dei potenti, mettendo a rischio i loro privilegi. Normalmente la paura o è un sano istinto di preservazione della vita, oppure è una invenzione per il mantenimento dei propri privilegi a scapito di un bene maggiore e, soprattutto, più condiviso con tutti. La reazione a questo timore di destabilizzazione che fa immaginare lo scenario più temibile per il sinedrio, che sarebbe la distruzione del Tempio con un enorme danno ai “sacri commerci” delle famiglie sacerdotali, diventa una condanna a morte pronunciata come una santa necessità:
«Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Gv 11,50). Come sempre, quando prevalgono la paura e il bisogno di autoconservazione si arriva a far passare per vero ciò che è falso, tacitando in modo tremendo la voce della propria coscienza: «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (11,53). Il Signore ha sempre la capacità di riempire di un significato profondo le cose, anche le più sbagliate, ma ciò non toglie nessuna responsabilità alle nostre azioni. Altrimenti questo ci metterebbe nella situazione di dire che il male è necessario al bene. Il male rimane male. Se Dio ha la capacità di saper trarre un bene da un male questo è perché solo Lui può fare una cosa simile. Ma pensare che bisogna che si faccia un male per raggiungere un bene significa giustificare il male stesso. Mentre il male non ha nessuna giustificazione, e alla fine della storia, anche se finirà bene, chi ha compiuto il male dovrà rendere conto di ciò che ha fatto.

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